Racconto · Puntata 1 · 18 min

La città del bofango

La città del bofango

La città del bofango è il titolo di un racconto del Collettivo delle Acque, un gruppo composito di scrittori, studiosi ed artisti formatosi all’interno dell’associazione Partita Aperta. Uscito ad aprile di quest’anno in forma di opuscolo autoprodotto, in esso sono depositate e rielaborate diverse esperienze reali di vita, di mobilitazione e di dialogo sociale che hanno attraversato gli ultimi, perigliosi anni della guerra in corso. La gran parte di queste esperienze sono state vissute dai componenti del collettivo a Bologna, nel confronto con gli schermi di fumo – via via più scellerati – agitati dai dominanti su una città dis-aggregata, dis-sociata e, nella sua sostanza più profonda, ormai grandemente dis-umanizzata. Un intero organismo sociale, in tempi non lontani considerato, non senza qualche ragione, “pullulante di vita propria”, è stato arso e spento dall’alto mediante una serie di raffinati e pervasivi strumenti di morte & distruzione. Distanziamento sociale, virtualizzazione della comunicazione e accanimento digitale, pur essendo solo alcuni fra questi strumenti nefandi, si sono dimostrati alla lunga i più devastanti fra quelli messi in campo negli anni più recenti.
Forse come mai prima d’ora, in queste righe si racconta la Bologna del presente millennio con lo sguardo di una resistenza in atto, vissuta e sognata ad un tempo dentro una temperie di inedita crisi di specie. Ecco perché in questo racconto prende corpo una riflessione in forma narrativa legata anzitutto ad un disegno di natura fortemente comunitaria attraversato da chiare venature visionarie. Un’opera che si rivela per tanti versi come un frutto lentamente maturato delle discussioni e delle iniziative di lotta a cui i componenti del collettivo hanno partecipato assiduamente quanto meno dal 2020, ossia dalla discesa nell’abisso di abiezione umana e nel nichilismo reale che contraddistinsero tutta l’Operazione Covid. Non lo si ripeterà mai abbastanza: è proprio con l’avvento della cosiddetta “singolarità pandemica”, ad inizio decennio, che viene a rompersi di nuovo (in forma nuova) il tempo storico. È precisamente allora che si compie quel salto nella guerra totale che dura fino ai giorni nostri. Mediante detto salto l’Occidente è oggi irrimediabilmente diventato – in tutto e per tutto – nient’altro che Uccidente. Come associazione Partita Aperta, dentro questa temperie storicamente inedita ci siamo formati la volontà e la consapevolezza di essere indisponibili all’infiltrazione coatta di qualsivoglia “preparato” anti-umano nelle nostre menti e nei nostri corpi.
Avremo bisogno come il pane di una pazienza comunicativa non comune e di una sapienza collettiva costruita comunitariamente, fra persone intere. Ovvero: fuori dai social e liberi da logore mediazioni politiciste ormai non più ricevibili.
Cominciamo dunque questo viaggio con la prima puntata del racconto, cui facciamo precedere la quarta di copertina che ci porta direttamente nel suo cuore.

Cos’è il bofango?
È la forza primordiale che unisce indissolubilmente le viscere della città ai suoi abitanti.
È la coscienza di un popolo che emerge con tanta più forza quanto più la si vuol soffocare.
È la verità che ribolle sotto la menzogna e che vuole uscire perché è nell’ordine delle cose.
È l’insopprimibile che deflagra dal sottosuolo, da dentro di noi e viene su.
È l’inconscio collettivo, l’ombra che da sempre aleggia sul mondo ma che in questi tempi folli si svela.
È l’animalesca, irriverente voglia di vivere, di sguazzare come maiali… anzi no, pardon, come cinghiali.
È l’amore per una Bologna ancora in parte segreta, massacrata e vilipesa proprio come lo fummo e lo siamo tutti noi.
È la nostra storia recente, la nostra memoria ed anche la nostra strategia.
È l’istinto bambino che ricominciamo ad ascoltare come eco lontana di un dialetto quasi dimenticato.
Il bofango è umana resistenza vitale, apertura verso tutto ciò che viene per restare con noi: a Bologna, in Italia, nel mondo.

Prima puntata con testo e commentario

(Testo del racconto)

Vulcani di fango e polle nel centro di Bologna? Certo che sì, e non senza robusti perché, popolari e resistenti.
Le istituzioni riunite negarono ad oltranza, ma ballare sulle sabbie mobili non è facile nemmeno per le migliori anguille di Comacchio: un po’ d’acqua e tutto si muove…
Uno disse che la cosa era partita dal Ravone, un altro tirò in ballo l’Aposa. Gasparotto l’Estremista sostenne che fu il frutto molle del collasso della civiltà tecnologica bolognese. In ogni caso, qua si andrà a fondo e si narrerà ciò che finora nessun altro ha voluto raccontare: per noia o noncuranza, s’intende.
Il fatto stesso che qualche vena dell’antico Mare Adriatico si fosse conservata sotto le Due Torri, in barba a qualsiasi cambiamento climatico, gettò nello sconcerto culturale parecchi uomini di scienza.

(Commentario)

Il Ravone e l’Aposa (si legga Àposa) sono gli unici due corsi d’acqua veri che ancora oggi scendono verso il nucleo urbano di Bologna. Originano entrambi dalla cintura più vicina dei suoi colli che un tempo furono ameni.

Un caso di successo conclamato del Progresso bolognese: il torrente Ravone

Scriveva sognante il Mestoloni: “Scorreva lo torrente in allegrezza e fra i prati e i roseti, nei pressi delle sue anse, le giovani figlie della Turrita trovavano ‘o primm’ammor’: olé”.
“Olé”, appunto: espressione che a Bologna un tempo si osava ma che adesso, ironia della storia patria, è quasi impossibile da sentire perfino nei bar ex proletari più malfamati, tra una slot machine e un bot di silenzi incrociati.
Ciò malgrado, il Ravone farà sempre parte della storia contemporanea della città, per quanto si possa andare indietro o avanti nel tempo: era così anche prima che subisse quell’orribile tombatura che lo relegò “nei loculi sotterranei dove corrono maleodoranti lordure”(Benelli). Sarà così anche quando le onde del Mare Adriatico ritorneranno ad infrangersi contro i gessi dell’Appennino, formando quella spuma frizzante che darà origine al carattere festoso delle genti salite in montagna.

Nell’antichità il Ravone aveva accumulato fama di essere un torrentello bizzosetto e imprevedibile: un cinnazzo alquanto sgarbato in grado, notò il Vassillassi, di “recar danno e ruina capitale” ad una città che già dal Duecento si candidò sottobanco a diventare “loco aureo di legittimo rifugio” per la “Gran Cosa che l’è ‘l Progresso” (ancora il Benelli). Nei secoli successivi, intere risme di senatori rampanti e di “governazzi amici dell’usura” si posero risolutamente su questo “sentiero travolgente, improbabile e sommamente baro”(di nuovo Vassillassi). Fino al punto che tutta Bologna, stremata a più riprese dalla peste e soffocata nel fetore lancinante di lavorazioni insalubri e scarichi a cielo aperto, fu scossa nelle sue venerabili fondamenta di gesso dalle prime sventagliate di una nuova rivoluzione: quella poi detta “scientifica”. Ah beh…
Più di un commentatore ebbe a giudicare così potente e profondo questo “terremoto di scienza alla bolognese” da considerarlo la vera causa che nel 1631 spinse l’Assunteria delle Acque – agenzia speciale allora incaricata di sovraintendere al sistema idraulico cittadino – ad assoldare uno stuolo di fabbricatori illuminati e di ingegneri dei canali, affinché si realizzasse un progetto di riassetto generale del bacino del Ravone nel tratto a monte del contado, allora situato subito fuori Porta San Felice. Secondo diverse cronache del tempo, si trattava di un progetto avente un certo qual “respiro strategico”, per giunta costruito mediante “chiamata manifesta de’ li popolani sotto li portici”; ossia, come direbbero gli innovatori urbani intelligenti di oggi – frutto di un “percorso partecipativo” ante litteram che a quel tempo dovette coinvolgere, di certo ben poco virtualmente, almeno gli abitanti delle principali strade del centro.
Disgraziatamente però, malgrado la presunta grande partecipazione di popolo sbandierata ai quattro venti dalle autorità cittadine, una volta “messo a terra sull’acqua ancor vivace”, tutto il progetto si disperse tra le sabbie cartacee e fu di fatto completamente stravolto nei secoli successivi, costretto come fu a servire, ovviamente in camuffa, le mutevolissime esigenze e gli appetiti mai saziati di certi signorotti dei salotti petroniani, sempre debitamente scortati da “lor homini di lege et notabili, rapaci e rapacissimi” (Vassillassi).
Col tempo, per mezzo di ripetuti inganni e tradimenti delle regole come degli usi comuni, si giunse ad espellere i non pochi contadini – qui bollati senza posa quali “villani fatti e finiti”– che vivevano sparsi qua e là lungo i costoni di gesso sopra il torrente occupandosi da secoli di tener dietro alla sua manutenzione, come da sapienza antica trasmessa di generazione in generazione. Da qui in avanti, i dissesti idrogeologici non fecero altro che moltiplicarsi aggravandosi mano a mano che la cavalcata trionfante del Progresso metteva sotto strettissima tutela l’intero tessuto urbano in rapida espansione.
Si giunse così, sparati e senza ripensamenti di sorta, alla vigilia della proclamazione ufficiale di Bologna quale “Repubblica Tecnologica di Prima Fascia”: era il 1983, l’annus horribilis delle “pensate privatizzatrici” coordinate dalla crème de la crème dell’intellettualità usuraria felsinea di allora raccolta nella Compagnia della Merenda Americana, la confraternita accademica che si riuniva negli accoglienti spazi sotterranei del giardino San Leonardo. Sotto la sua alta supervisione, tutto fu abilmente traviato e reso “immagine propulsiva per la città di domani”. Al punto che, malgrado la “svolta della Bolognina” e le prime evidenti crepe sotto i portici, nemmeno la serie ampiamente prevista delle “esondazioni spia” avvenute nel secondo decennio di questo secolo riuscì a far entrare nella testa degli avidi Sventratori & Venditori di fumo della Smart City l’idea che quella “immagine propulsiva” del Progresso bolognese si fosse infine rivelata l’orrenda cosa che era sempre stata, ovvero un’irrimediabile sciagura ai danni di tutta la città e, in special modo, dei suoi abitanti meno facoltosi e perciò “sommamente deplorevoli”.
Tutto questo avveniva nel mentre, con “ignobilissimo e sordido fare”, una pletora di trombette e tromboni saccenti, piazzati dentro unibo, comune, città metropolitana, fiera, regione ed europei dintorni, continuava a diramare prescrizioni ideologiche del tutto estranee al contesto e “di senso diserte” (Benelli). Seguitando a mestare e rimestare secondo tale luminosa tabella di marcia, ci si accomodò sotto l’albero maestro del vantato giardino emiliano che più non è, industriandosi ad agitare “per la sicurezza dei cittadini residenti” ogni strumento di censura e di inquisizione tecnologicamente dispiegato. Le esondazioni storicamente procurate del Ravone furono fatte pagare ai danneggiati: rate trimestrali a tasso di interesse variabile e sanzione del 20% per ogni eventuale ritardo nei pagamenti. Ai “più vulnerabili” e a quelli ridotti alla fame vennero consegnate enormi sacche congelate di provviste a base di carne di nutria. Alla fine, ogni cosa fu accuratamente predisposta per l’ingresso di “Bologna la Vecchia, Città della Mortadella” nel cuore stesso dell’Impero (Basso) del Gemello Digitale: un’età di vaneggiamenti oscuri in assenza di sprazzi di senno, che tra incuria reale e rinnovati annunci virtuali portò inesorabilmente le condizioni del bacino del Ravone ad uno stringente punto di non ritorno. Fino a quando successe tutto quello che la vita ancora brulicante nel sottosuolo doveva far succedere…

Fratello naturale del Ravone, il torrente Aposa può vantare numerosi nomi storici, tutti belli e curiosi, anche se è vero che alcuni lo sono decisamente più di altri: Avesa, la Veza, Apoxa, Alamba, Avosa, Amca, Avṡa (o Avvṡa), Vezia, Cìpia, Sciàzia, Barta e Sàtal. Del tutto meritatamente, l’Aposa fu considerato per secoli una magnifica vena d’acqua, picciolina ma vivace, burrascosa eppure a suo modo aggraziata: senza dubbio uno dei risultati esteticamente più rilevanti dello struscio geologico fra la Placca Europea e quella Adriatica. E questo grazie soprattutto al fatto che la Placca Adriatica, anche in quello che poi diverrà il territorio bolognese, altro non era che una propaggine stravagante della più formosa e possente Placca Africana.
Non si può escludere che nei tempi storici più antichi con i nomi sopra riportati si chiamassero corsi d’acqua differenti che scendevano giù dai colli bolognesi in letti situati a poca distanza l’uno dall’altro. Tuttavia è anche possibile che quei nomi in certi periodi servissero a distinguere rami diversi di uno stesso torrente che ad un certo punto si diramava. Prova ne sia che presso il Ponte della Pietra, lungo via San Mamante/Santa Mamma/San Mammo (oggi San Mamolo), una volta vi era la biforcazione dell’Aposa da cui, a partire dal II secolo a. C., si dipartivano un alveo occidentale e un alveo orientale. Tale biforcazione fu anche il punto nel quale a partire dal 1070 fu immessa l’acqua dell’antico acquedotto romano proveniente dal fiume Setta: “acqua linda e ferale” che fu fatta scorrere nel ramo ad oriente per alimentare i tanti mulini protagonisti del vantato Progresso bolognese dell’epoca.
Al ramo occidentale – che passava invece per le vie Tagliapietre, Val d’Aposa, Giacomo Venezian, Oleari (o degli Ogliari), Galliera ed Avesella – questo Progresso medesimo, mostrando la propria natura intimamente distruttiva, assegnò un destino triste e gramo: quello di servire da fogna a cielo aperto per le comodità senza dubbio già allora irrinunciabili di una città concepitasi precocemente come “la più progressista d’Italia e di tante lande remote da specificare di volta in volta”… Con l’entrata in funzione del Canale di Reno e del Canale di Savena, la riduzione del letto occidentale di questo “rio ribelle” a “civilissima cloaca” servì, se non altro, quale “monito sensitivamente sensibile” rivolto alle menti dei bolognesi, fissando nelle più sveglie fra queste ultime il senso profondo di tutte le promesse ingannevoli ed illusorie del Progresso detto allora “civile” e poi “tecnico”…
Dio solo sa quanto già a quei tempi, in tutta Bologna, ci fosse un gran bisogno di ripetere un simile monito. Anche perché il Cantore Immortale da Recanati, che per nostra ventura transiterà anch’egli sotto le Due Torri, a quell’epoca era ancora di là dallo sbocciare perfino in mente Dei… Sicché nessuno s’era dato pena di ammonire i “moderni cuori” circa le di lui proverbiali “magnifiche sorti e progressive” (di quel Progresso in seguito detto “tecnologico”). Sotto questo cruciale aspetto, fu proprio quel ramo occidentale dell’Aposa, scientemente ridotto a vena putrida, a custodire in sé – per alcuni secoli e quasi preparando la venuta del Poeta della Ginestra – quella richiesta sotterranea di coscienza critica che anche allora era necessaria forse più del pane, in tempi che non senza ragione potrebbero oggi apparirci perfino “un po’ più umani” degli attuali…
Ma era proprio così? Forse sì, per quanto – come si usa farneticare oggi – “fino a un certo punto”, tanto per essere istituzionalvolgari ma chiari: anche perché dal XV secolo in poi l’Aposa quale “vena vitale” dovette tristemente subire ripetute e pesanti campagne di tombatura man mano che la manifattura della seta decadeva e le sue acque venivano inquinate da più moderne lordure… Finché quasi tutto il suo corso fu sfigurato profondamente rendendolo di fatto ipogeo ed invisibile ai più. Il che non divenne per nulla sinonimo di “più pulito”, perché tra gli scarichi delle lavorazioni e quelli domestici le sue acque ebbero a patire una “condizione di permanente sofferenza fino alla completa putrescenza”, come ben specificarono a più riprese alcuni onesti tecnici comunali che precedettero l’avvento degli innovatori intelligenti.
Di “intervento cementifero tombante” in “tombinamento consolidante”, verso la fine degli anni Cinquanta del Novecento si giunse, con “accanimento nefandissimo”(Vassillassi) a far del torrentello un “sarcofago green rafforzato” per quasi tutto suo il corso. A quel punto, a nulla valse la più che tardiva riscoperta della fava di un Aposa segreto e sotterraneo… Fu questa una mossa concertata fra diverse autorità comunicative petroniane, sul finire del secolo scorso, per attrarre la rava di comitive di turisti e “locals”, a mo’ di correttivo cosmetico per una città che veniva scientemente disfatta.
Tuttavia, l’ormai secolare realtà di un Aposa socialmente soffocato dal cemento, intasato da rottami e scarti del Progresso nonché rimosso dalla superficie brulicante della “città che si muove”, non era destinata a durare a lungo. Nei tempi di guerra che seguirono la guerra in forma di “procurata pandemia”, questa sua condizione estrema non fece altro che stimolarne la connessione in profondità con le marne appenniniche e le “adriatiche vene” che anticamente lo nutrirono. Ecco perché quel “torrentello lurido e tombato”, che forse prese il nome da una bella principessa antica, si era al dunque così intestardito da non volerne sapere più di orizzonti digitali della governance e di tutta la loro potenza di calcolo…

(Testo)

Per effetto del disastro, ad un certo punto del sommovimento anche la tombatura dell’Aposa saltò. Troppa roba bolognese era venuta giù dalla collina di Gaibola: prima dai due ruscelli ameni in vetta, poi da quell’unico ramo in cui le loro acque convergono sopra il Borgo di San Mammo. Ingombro enorme di elettrodomestici e condizionatori, intasamento caotico di schermi e impianti di raffreddamento governati dall’AI: tutto questo contribuì a costruire l’ordigno che scoperchiò la secolare tomba posta sopra l’Aposa. Lo sconquasso a monte favorì il rammollimento a valle: risorse allora “la Veza” e la sue fresche acque ritrovarono il loro corso allegre. Così Bologna non poté più essere la Bologna di una volta, con tutta quella sua crassa e nauseante modernità.
Alcuni dicono che tutto partì dalle viscere dell’Appennino. Giù dai colli, il gran turbinare di queste morte macchine, ora governate dalla forza naturale delle acque, fece sì che all’altezza dell’orto dei Domenicani si concentrasse una valanga spaventevole di detriti di antica e recente tecnologia, che dopo un paio di nottate ebbe a premere – irresistibilmente – sotto la dimora dei Calderini smuovendo gran mole di malte verso l’Arte della Seta, da dove i banchi più sabbiosi, allentandosi sotto l’azione delle acque, massaggiarono orribilmente la pancia delle Caprarie e le budella delle Pescherie Vecchie, finendo per colare a mo’ di diarrea verso le case dell’Inferno e oltre, fino alla spianata del convento di San Martino.

(Commentario)

“Valanga horror nel cuore della movida. Salve le Due Torri”, titolò uno dei peggiori fogliazzi istituzionali. Un dispaccio di via Andreatta rincarò: “Il fango e i maranza sfregiano la città. Ha stato Putin”.
Ciò malgrado, alcuni cronisti di vecchie storie furono più onesti e precisi. “Trovati nel fango più di mille tracciati di telecamere intelligenti: mappati 23 anni a nostra insaputa”; “Un database di multe conteneva 17 milioni di documenti tra verbali ed ingiunzioni di pagamento”; “Rinvenuti in mezzo alle carte una settantina di tronchi mozzati provenienti dall’area del nuovo stadio”; “Scoperti dentro il fiume di fango gli accordi segreti fra Comune e Palantir per la costruzione del Gemello Digitale del Pratello”, ecc. ecc.

(Testo)

Al termine del sommovimento, fra i tavolini che ancora ballavano emerse sopra via Rizzoli un arco di selenite con dei tronchi di quercia conficcati qua e là. Gli esperti consultarono prontamente tutti i modellini a disposizione ma nessun gemello digitale dell’arco fu trovato. Anche l’AI brancolò nel buio di fronte al prodigioso affioramento, finché un bambino con in mano una cesta per raccogliere funghi si fermò di colpo sopra una piccola fenditura fra due blocchi di roccia e, guardandoci dentro, urlò ai turisti infastiditi: «Qua sotto scorre acqua!».

Fu chiaro a quel punto che il ponte romano sull’antica via Emilia si era riposizionato sopra il corso dell’Aposa affermando il suo diritto storico all’esistenza dopo che lo sconquasso aveva riportato il torrente, non più costretto da un secolare sarcofago umanoide, nel suo alveo naturale, irregolare e festoso. I tecnici del comune, subito apparsi sulla scena in collegamento, fecero misurazioni digitali quantiche e diagnosticarono senza tema di smentita:

INVERSIONE DEL CORSO NATURALE E STORICO NON PREDICIBILE DA ALCUN ALGORITMO INTELLIGENTE.

(Commentario)

Ma perché mai dovrebbe esserci un corso lineare delle cose? La geologia dice altro, la storia umana anche… E se le cose stanno in circolo per tornare in un loro equilibrio ecco che tutti starnazzano senza senso. Gli esperti bolognesi sono tutti figli di un prete-mercante paladino del tempo dell’orologio… E se davanti ai loro occhi accade ciò che non vogliono pensare accusano le lancette di essersi girate dall’altra parte… In compenso, del riemergere del ponte romano colsero al volo il risvolto commerciale e turistico: di li a poco ogni centimetro quadrato dell’arco fu trasformato in una voragine sputante denaro. Tavolini, autoscatti genetici e spritz milionari con vista Due Torri. Il tempo di Bologna: fiuta “subiti guadagni” e poi erra e fugge…

(Testo)

Una relazione di 417 pagine fu consegnata al sindaco che però non ebbe il tempo di aprire il documento prima di presentarsi in conferenza stampa a distanza.

SIAMO STATI COLPITI DA UNA CATENA DI EVENTI AVVERSI ORGANIZZATI DA OPPOSITORI DEL NOSTRO PROGRESSO TECNOLOGICO E DEL NOSTRO LIVELLO DI BENESSERE. SE TANTI CITTADINI BOLOGNESI NON LI AVESSERO ASCOLTATI E NON AVESSERO RESISTITO ALLE NOSTRE REQUISIZIONI DOMICILIARI TUTTO QUESTO NON SAREBBE SUCCESSO. VI ESORTO A CONSEGNARCI COMPUTER, TABLET E CELLULARI NEGLI APPOSITI CENTRI DI RACCOLTA. PROVVEDEREMO PRONTAMENTE AD IMPIANTARVI I NUOVI DISPOSITIVI COLLEGATI STABILMENTE ALLE NOSTRE CENTRALI.

Vi era stata una resistenza? E quale?
Spostiamoci ancora a monte, dalle parti di Parco Cavaioni. Qualche giorno prima dell’affioramento dei vulcanelli e delle polle, si era notato un rigonfiamento del terreno intorno alla sorgente del Ravone. Nulla di grave, in sé. Senonché, nei giorni successivi quel rigonfiamento si era ripresentato, moltiplicato in volume, lungo la via di Ravone. A destare nei tecnici un qualche lieve sospetto di un’attività clandestina fu, di lì a poco, lo slittamento positivo verso Nord di diversi archi del portico di San Luca. Malgrado tutto, l’amministrazione doveva dire come disse a proposito della Garisenda, ovvero che vi era della positività in quel movimento franoso, perché altrimenti i lavori per la levitazione virtuale dello stadio diretti da Leonardo, Signore del Tecnopolo, avrebbero potuto subire dei rallentamenti sommamente indesiderati. Se poi anche solo qualche arco del famoso portico fosse sceso a valle premendo sulla curva San Luca, il progetto di far movimentare la Madonna da e per lo stadio mediante sollevamento digitale dello stesso sarebbe andato a monte ignominiosamente facendo svaporare appalti e prebende. In quelle circostanze altamente spinose, mai del tutto chiarito restò proprio il ruolo della Madonna, che si vociferava fosse assolutamente contraria al progetto: non concependo il suo trasporto come “cosa tecnica”, avrebbe apertamente rivendicato le spalle dei bolognesi come proprio sostegno durante le famose processioni comunitarie. Astenendosi da conferme e smentite di sorta, la Curia stessa contribuì ad avvelenare il clima e a perdere credibilità davanti alla Madonna stessa e ai fedeli. Fu infine Palazzo d’Accursio a far sapere di “aver sentito” la santa icona: “non sussistono problemi o impedimenti” – precisò un tempestivo comunicato – tutti i lavori programmati “procederanno col favore della Ragione e del Cielo”.

Non riuscendo proprio a convincere la maggior parte dei bolognesi, credenti e no, la mattina dopo si decise di perseverare nel confonderli. Mentre all’altezza di via Orioli dai tombini emergeva una ganga puzzolente dominata dalla presenza di rottami elettronici e rifiuti speciali ospedalieri, la fondazione addetta a rendere la città intelligente convocò una conferenza stampa in cui il suo direttore rivendicò lo storico record fatto registrare la settimana prima, quando i ciliegi del vicino Parco Melloni avevano obbedito alle ingiunzioni digitali degli esperti della fondazione ed avevano finalmente prodotto dei duroni gialli, saporitissimi e senza nocciolo.
Invece di recarsi in via Orioli e prendere in carico la situazione, il sindaco optò per un lungo servizio fotografico programmato dalla fondazione: dal Parco Melloni il primo cittadino appariva sereno e compiaciuto nel gustare gli innovativi duroni gialli seduto su dei bancali di telecamere dismesse. Durante l’intervista che rilasciò per l’occasione a tutte le piattaforme turistiche si lasciò scappare una strana dichiarazione.

BOLOGNA È BELLA ANCHE SE CI MANCA QUELL’ACQUA CHE CI TIENE INSIEME.

(Fine prima puntata. Continua prossimamente)

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