Pubblicato il Ottobre 21, 2026 · · 9 min di lettura

Turisti, Maranza e no. Prodotti umani della globalizzazione

Turisti, Maranza e no.
Prodotti umani della globalizzazione

Testimonianza di Ardengo Ruvi

Sabato scorso (17 ottobre) a Bologna sono stato testimone di alcuni interessanti episodi di relazione e di dialogo sociale fra prodotti umani della globalizzazione (cosiddetta, ci sarebbe da aggiungere, ma accontentiamoci, per il momento).
Partito il corteo nutrito di giovani precari, studenti e anta-qualcosa inquadrati o meno in collettivi e gruppuscoli, ad un certo punto i Maranza (cosiddetti anch’essi, si vedrà più avanti perché) si sono intrufolati a gruppetti e commandos nei vicoli gremiti di turisti. Alcuni erano muniti di bomboletta spray, altri no. Alcuni incappucciati e a volto coperto, altri no. Ad occhio, quasi tutti maschi tra 14 e i 20 anni, di quando in quando raggiunti o incrociati da piccole torme di ragazzine a smartphone dispiegato e in diretta video con la qualunque nel mondo dei social. Allo stesso modo, più della metà degli stessi Maranza maschi tiene il dispositivo in bella vista (c’è anche chi sfoggia l’asta breve da reporter), fa video e chatta in diretta con vattelappesca. Evidentemente le “trasmissioni” devono essere ritenute estremamente importanti se non più importanti rispetto all’azione collettiva intrapresa perché i comunicatori del caso in diversi frangenti sembrano dirigere o quanto meno indirizzare i bro che tengono qualcos’altro in mano.
Giunti in prossimità dei tavolini che intasano il selciato, il vociare indistinto dei turisti cosmopoliti della nostra smart city si interrompe bruscamente e le forchette smettono di far da perno alle tagliatelle rotanti. C’è chi prontamente brandisce il suo dispositivo e lo rivolge pavlovianamente verso la pittoresca carovana Maranza che fa lo slalom tra i loro tavolini. Una ragazzina al seguito inciampa contro una valigia a strisce fucsia e gialle posata a margine di una sedia vuota. La poveretta (la valigia) si rovescia e chi è intorno non se la fuma manco di striscio. In un glocal english da far invidia, la signora simil-olandese forse tenutaria del bagaglio dice alla ragazzina: “No problem. Stay chill”. E la ragazzina, in un english non meno glocal ma accentato alla bolognese, le fa: “Sorry, sorry. Però non lo flexare tanto, sto trolley”. E se ne va. Nessuno, nemmeno la simil-olandese, si cura della valigia rovesciata. Il cameriere in arrivo col vassoio ripieno la evita, l’ultimo dei Maranza della carovana, rimasto indietro ad armeggiare con una bomboletta, lo saluta: “Lè bès, bro?”.
Intanto, lungo i tavolini la squadratura degli sguardi rivolti ai Maranza oscilla tra il preoccupato social e l’allucinato horror depression alla Cindy Sherman. Quando uno dei Maranza si gira bruscamente e fa per prendersela con un arbusto secco piantato dal sindaco in una fioriera anti climate change, il clima cambia per davvero e il terrore si sparge a fette di lardo e ciccioli sulle crescentine. C’è chi svuota un calice alla velocità della luce e si alza di scatto, chi raccoglie lo zaino e cerca di sgattaiolare via. Ma il Maranza fallisce nell’apparentemente semplice (per noi) operazione di sradicamento dell’arbusto e si incacchia a random col cameriere che sopraggiunge di corsa. Non ha nemmeno le mani sporche di terriccio il ragazzo, uno della periferia nord est, a giudicare dalla felpa che usano qua in certi palazzi di una precisa via (chi guarda i loro video lo sa). Forse pensava di farcela senza toccare terra. Sferra un ultimo calcio all’arbusto che alla fine gli arpiona i jeans costringendolo ad una manovra complicata di riassetto posturale.
Per fortuna, un po’ di terriccio (quello secco, da discount) gli si appiccica sulla zampa del pantalone: qua il Maranza sbrocca di brutto. Prende a strattonare l’arbusto e gli urla contro qualcosa come “bir bushtre”. Poi da un tavolino accanto arraffa un tovagliolo di tessuto non tessuto e con questo arnese si prodiga a staccare accuratamente dal pantalone il terriccio vendicatore dell’arbusto che inopinatamente lo ha “infestato”. Ma mentre armeggia furiosamente contro la sua zampa qualcuno dalla carovana torna indietro e gli fa un fischio. Al che il Maranza abbandona l’operazione e tutt’intorno riappare il sereno. Una coppia di estoni scocciati (i loro cappellini recitano “Tallinn Est. 1918”) sbuffa più degli altri turisti e si sposta tre tavoli più in là costringendo il cameriere ad un ennesimo zig zag di troppo. I loro calici bagnati di Pignoletto si ribaltano fragorosamente fuori dal vassoio e il garçon lascia tutto lì e piangendo scompare. Seguono attimi di sospensione del senso in cui gli avventori si rivolgono alla coppia di estoni che si guardano intorno schizzati esibendo espressioni facciali degne di un’intervista di Kaja K., loro nota connazionale miracolata e guerrafondaia.
Passa un attimo e arriva un inserviente d’origine bangladeshiana, come si dice qua fra giovani, con una scopa e un enorme sacco nero, che a mani nude si mette a sistemare alla buona la fioriera e a raccogliere da terra i cristalli infranti. Poi sparge una quantità spropositata di candeggina profumata di marca Dexal sul Pignoletto spiaccicatosi sul selciato. Mentre fa per tornare indietro ricompare sul posto il Maranza che a bruciapelo gli chiede se per caso ha visto e si è intascato bello bello il suo telefono che più non trova. Quello gli fa “No, io lavorare cucina”. Il Maranza prende a strattonarlo e quello fugge lasciando lì scopa, sacco e candeggina. Il Maranza allora si mette a rovistare tra i tavoli e la fioriera imprecando contro il mondo stesso che lo ha prodotto. Seguono ulteriori attimi di sospensione del senso, dai quali l’accozzaglia di prenotati su Airbnb, lì casualmente seduti, si ripiglia soltanto quando il Maranza lascia perdere i tavoli e con un piccolo colpo di teatro raccatta da terra scopa, sacco e candeggina portandoseli dietro come trofei di chissà quale relazione di guerra…
Intanto, la carovana Maranza si sta dirigendo verso San Petronio dove alcuni svuoteranno le bombolette. Il corteo procede lento, profondamente arrabbiato. Il caro-tutto si sta mangiando quel poco di scialuppa di salvataggio che questi giovani avevano, le famiglie non hanno più di che svenarsi, i rari lavoretti dalle parti del Pratello o di via Petroni non arrivano nemmeno a coprire la metà dell’affitto, la guerra sta spazzando via gli ultimi brandelli di stato sociale. Diverse ragazze mi dicono: “ci dobbiamo muovere perché adesso non muoversi sta diventando peggio che muoversi”.
Non chiedo loro “perché adesso, e non prima”: sarei ingrato nei loro confronti. Poi penso subito che questa domanda dovrei semmai farla, andando su e giù per il serpentone, proprio a quarantenni, cinquantenni, sessantenni e c. che stanno “uniti nella lotta” con questi studenti. Sono indeciso, le gambe cominciano a farmi male ma alla fine mi muovo lo stesso per cercarli con le poche forze che mi restano. Avanti, indietro, di lato e poi in ogni direzione: a parte residui di antagonisti senza testa cui non ha più senso chiedere alcunché, di gente sopra i quaranta qua non ne trovo. I sociologi d’inchiesta una volta avrebbero detto: è un dato nuovo. La storia gira, per nostra fortuna e di tutti quanti.
Ad un certo punto, in prossimità dell’ennesima distesa brulicante di tavolini, da non si sa da dove compare un’altra comitiva di Maranza. Forse sono meno “creativi” di quelli della carovana che li ha preceduti. Sicuramente sono diversi, diversamente Maranza o Maranza+, o qualcos’altro ancora. Arrivano a bordo di Mobike, RideMovi o Voi, tanto è uno stesso e unico inganno. Una piccola parte le porta a mano e qualcuno brandisce pezzi staccati da altre biciclette incrociate sulla via. I volti sono tutti coperti e non vi sono flottiglie di ragazzine al seguito. Una decina fra loro mi paiono decisamente più “adulti” degli altri e si esprimono in un decente italiano con accenti emiliani e padani. Danno indicazioni e ordini agli altri cani sciolti, parlano con gruppetti di studenti che contano i fumogeni rimasti. Dove i tavoli si fanno a pancia restringendo vistosamente la strada il corteo mugugna forte. I più insofferenti si strusciano contro la sedie e i camerieri si mettono a saltare come grilli mentre i clienti o arretrano o cominciano ad alzarsi. Due giapponesi si affrettano a chiedere un conto che mai arriverà: i camerieri urlano a tutti quanti di andare via, offre la casa, mentre quattro riders srilankesi posato il mezzo piazzano due enormi pannelli gialli davanti alle entrate del locale. “Ci si vede dopo Mezzanotte. Andrà tutto bene”.
Accade invece che mentre un drappello di poliziotti fa capolino cominciano a volare Mobike ad altezza di tavolino e un rullo sordo di cassonetti spostati si impadronisce della scena. Quando i più avanzati vengono rovesciati sulla via, i rifiuti dei loro taglieri, spritz e apericena si spargono tutt’intorno e i turisti sbolognati a forza dal locale non possono più godere del loro passo felpato sul selciato. Una signora con un borsone targato “Bersh…”-qualcosa è al telefono e in un buon inglese d’Inghilterra sta dicendo che “how deplorable our Bologna is becoming… Will we perhaps have to divest from here too?”.
Ma questo è ancora niente. Man mano che il corteo si avvicina alla stazione, sotto i portici è tutto un andirivieni di trolley a velocità sempre più sostenuta, con inevitabili ingorghi, smadonnamenti urlati nel dispositivo e scontri fra bagagli fuori controllo. Schizzano anche altri Maranza sparsi che sembrano attirati verso Porta Galliera dall’aroma ritornante dei lacrimogeni sparati bassi a go go. Adesso non si capisce quasi più niente. Qualche centinaio di studenti, precari e figli di ex proletari si mischiano ai lanciatori di Mobike e ai Maranza in un’indistinguibile nebulosa di prodotti umani della globalizzazione (e dai…). Ai piedi della scalinata del Pincio, i soliti banchetti delle sette cristiane tipo “Dio ti ama, e tu?” hanno di colpo ceduto il posto a un carnaio innominabile di intossicati da lacrimogeno, giovani bagnati dagli idranti che devono strizzarsi la felpa e cercano un angolo fuori dagli occhi del Gemello Digitale, turisti che urlano “where the hell is this damned train station?”, riders appiedati che tossiscono e sputano per terra, tre tipe americane orribilmente obese, dai capelli color porpora di Tiro e con tre cani disturbatissimi, un manager di Bruxelles con vistoso portatile nascosto dentro uno zainetto targato Dama – Tecnopolo Data Manifattura Emilia Romagna, che si rivolge ad uno di questi cani urlando “you stupid dog, if you don’t stop barking I’ll crush you to dust and leave you here in the middle of these three fat, pizza-eating Italian bitches”, quattro tipi incappucciati intorno ad un altro che con una specie di piccozza sta cercando di far su dei sanpietrini, tossici e spacciatori che sfruttano il frangente per concludere indisturbati affari dietro le mura romane, badanti ucraine ubriache incazzatissime perché con tutto questo casino non possono più restare sedute e continuare a bere, una famigliola napoletana smarrita il cui padre, dandomi del “voi” (pensa un po’… esiste ancora) mi chiede se posso accompagnarli all’Autostazione che sennò perdono il Flixbus e non hanno i soldi per dormire un’altra notte in questa città ladrona…
Tornando a casa distrutto, in autobus un tizio di fronte a me sta guardando in diretta un video: è il campanile del municipio di Limoges che crolla in un gigantesco rogo appiccato dai manifestanti. Amarcord: tanti anni fa visitai Limoges e in una boulangerie mi dissero orgogliosi che quel campanile fu inaugurato in un giorno preciso: il 14 luglio di un anno che non ricordo. Mi dispiace per il bel campanile patrimonio dell’umanità… Ma mi chiedo: una rivoluzione ancora tutta da fare val bene un campanile francese?

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